La recente ricerca di CCW sulla prescrizione sociale di arte e cultura in Italia ci consegna un dato preciso: le attività legate alla lettura – dalla lettura ad alta voce ai gruppi di lettura – rappresentano, in uno dei cluster analizzati, il 42% delle pratiche censite. È un dato che racconta un cambio di prospettiva: i libri non sono più solo un “consiglio” per il tempo libero, ma entrano a pieno titolo tra gli strumenti della cura, dentro il paesaggio delle Health Humanities e della prescrizione sociale culturale.
In altre parole: quasi una pratica su due, dentro quell’insieme specifico di esperienze, passa attraverso una pagina letta, ascoltata, condivisa. Si tratta del segnale di una scelta: integrare la lettura in modo strutturato nelle reti di cura territoriali, riconoscendole un ruolo specifico nei processi di promozione del benessere individuale e comunitario.
Per capire perché la lettura occupi uno spazio così ampio, dobbiamo tornare al libro. Non al libro come oggetto neutro, ma come corpo vivo: ha un peso, un odore, una superficie che si lascia sfogliare; chiede mani che lo aprono, occhi che lo seguono, un tempo che si lascia abitare. La lettura, in questa prospettiva, non è soltanto un’operazione ottica o mentale: coinvolge sensi, memoria, affettività, immaginazione. Bradbury parlava dei libri come di superfici con “i pori della vita”: non lisciano l’esperienza, non la semplificano, non la sterilizzano, ma la rendono visibile nella sua complessità.
Da qui, il passaggio alla biblioterapia è meno sorprendente di quanto sembri. Se i libri sono già da sempre compagni di viaggio delle nostre storie personali, è naturale che, in alcuni contesti e con precise competenze, possano diventare anche strumenti di cura, accompagnamento, orientamento. In senso ampio, la biblioterapia è proprio questo: un prendersi cura attraverso i libri. In senso più preciso, oggi la definiamo come l’uso intenzionale e orientato della lettura e dei materiali letterari per promuovere consapevolezza, elaborazione, prevenzione, sostegno e benessere. Non si tratta di “consigliare un libro che fa bene”, ma di costruire un incontro intenzionale tra un testo, una persona o un gruppo, un contesto specifico e un obiettivo chiaro.
Questa idea non nasce oggi. L’intuizione che le parole possano avere un potenziale terapeutico attraversa secoli: dalle antiche biblioteche associate alla cura dell’anima, alle tradizioni che collegano arte, educazione e catarsi, alla lunga storia della letteratura consolatoria. Nel mondo contemporaneo, la biblioterapia si sviluppa dapprima in ambito clinico: tra Ottocento e primo Novecento i libri entrano in ospedali, istituti psichiatrici, carceri; nel 1916 si parla per la prima volta di “literary clinic”, negli anni Trenta si inizia a utilizzare la lettura in psichiatria, e negli anni Cinquanta il lavoro di Caroline Shrodes sistematizza le fasi di identificazione, catarsi e introspezione che sono alla base del processo biblioterapico.
Oggi, possiamo distinguere – e la chiarezza qui è fondamentale – tra biblioterapia clinica e biblioterapia umanistica o dello sviluppo. La prima resta collocata nei setting sanitari e psicoterapeutici, affidata a professionisti della salute mentale, con obiettivi terapeutici precisi. La seconda, invece, può essere praticata da educatori, bibliotecari, facilitatori, insegnanti, operatori culturali formati, e mira a favorire riflessione, crescita, prevenzione, elaborazione simbolica, benessere e fioritura personale e sociale. È in questo secondo ambito che la prescrizione sociale culturale trova un terreno particolarmente fertile: qui la lettura diventa un modo per tessere legami, restituire parole, creare spazi di senso in contesti comunitari.
Le Health Humanities, che mettono in dialogo medicina, letteratura, arti, filosofia, etica e scienze sociali, ci aiutano a collocare la biblioterapia dentro un orizzonte più ampio. Ci ricordano che la persona non coincide con il suo sintomo e che la cura comprende anche il modo in cui raccontiamo il dolore, costruiamo identità, relazione, appartenenza. In questo quadro, la lettura diventa un linguaggio della cura: una forma di narrazione condivisa che permette di spostare lo sguardo dal sintomo al significato, dalla diagnosi alla storia.
Ma cosa accade, concretamente, quando leggiamo in un contesto biblioterapico? Possiamo immaginare una piccola sequenza: il lettore si riconosce (identificazione), si emoziona (catarsi), riflette (introspezione), e infine ha la possibilità di rileggere sé stesso in modo nuovo. Il testo permette di entrare in contatto con contenuti profondi senza esserne travolti, grazie alla mediazione simbolica della pagina. Dare un nome a un vissuto è già un gesto di cura: ciò che viene nominato può essere riconosciuto, pensato, condiviso, e quindi in parte trasformato.
Quando questo processo si sposta in un gruppo di lettura, succede qualcosa di ulteriore. Il gruppo diventa uno spazio di rispecchiamento, holding e compassione. Ci riconosciamo nei personaggi, poi negli altri; il testo stesso funziona come un oggetto transizionale, stabile e al tempo stesso aperto a molte interpretazioni. In questo esercizio, impariamo a considerare legittima la nostra lettura e, contemporaneamente, a riconoscere la legittimità delle letture altrui: un allenamento prezioso alla convivenza delle differenze. Immaginare i pensieri, le paure, i desideri dei personaggi allena la capacità di attribuire stati interni agli altri, quella che le neuroscienze chiamano mentalizzazione, e nel gruppo questa capacità si allarga alle persone reali sedute accanto a noi.
Dal punto di vista scientifico, l’intreccio tra lettura e benessere è sempre più documentato. La ricerca ha mostrato, ad esempio, effetti positivi della biblioterapia nella gestione di stress, ansia e depressione, con risultati significativi anche in studi su adolescenti, persone con diagnosi psichiatriche croniche, bambini ricoverati e, più recentemente, durante la pandemia, come strumento accessibile per chi non aveva accesso a trattamenti psicologici convenzionali. La lettura attiva processi di simulazione narrativa, risonanza emotiva, identificazione e distanza: il cervello non si limita a “capire” le parole, ma partecipa agli stati emotivi e alle situazioni raccontate, rendendo il vissuto più pensabile e condivisibile.
In questo scenario, il dato del 42% nelle esperienze di prescrizione sociale culturale rilevate da CCW ci parla di una scelta precisa. Non si tratta semplicemente di “riempire il tempo” con attività culturali, ma di riconoscere alla lettura un ruolo strategico dentro le reti di cura territoriali: perché è relativamente economica, perché le biblioteche e i gruppi di lettura sono spazi percepiti come non stigmatizzanti, perché la pagina permette un equilibrio delicato tra intimità e condivisione. La lettura appare così come uno snodo: un luogo in cui le politiche di salute incontrano l’educazione, la cultura, le comunità locali.
Programmi internazionali come quelli avviati nel Regno Unito mostrano che l’integrazione tra libri, biblioteche e cura può essere pensata e valutata in modo sistematico. I primi schemi di Books on Prescription nascono in Galles nel 2003, con un modello che utilizza libri di auto-aiuto prescritti dai professionisti e resi disponibili tramite le biblioteche pubbliche. A partire dal 2013, The Reading Agency e la Society of Chief Librarians lanciano in Inghilterra il programma nazionale Reading Well Books on Prescription, che nel tempo si amplia con liste dedicate alla salute mentale, alla demenza, alle condizioni croniche, ai giovani, ai bambini e alle famiglie.
In questi percorsi, i libri vengono selezionati e validati, raccomandati da professionisti della salute, e resi gratuitamente accessibili nelle biblioteche, con milioni di prestiti e valutazioni positive da parte degli utenti. È un esempio concreto di come la lettura possa essere integrata nelle reti di cura non solo come buona pratica locale, ma come infrastruttura nazionale riconosciuta dalle politiche culturali e sanitarie.
Sapere che, in uno dei cluster analizzati, il 42% delle attività di prescrizione sociale culturale passa attraverso la lettura significa, in fondo, riconoscere che i libri stanno già operando – spesso in modo silenzioso – come infrastrutture simboliche della cura. La domanda che resta aperta è come consolidare e ampliare questi percorsi: come formare le figure che li facilitano, come garantire accesso equo, come dare continuità alle esperienze oltre il singolo progetto.
Nel quadro delle Health Humanities e della prescrizione sociale culturale, il libro resta una soglia aperta per dirla con le parole di Massimo Recalcati: non un muro, ma un mare; non una chiusura, ma una possibilità concreta di relazione, di senso, di trasformazione.
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