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PENSARE I CONFINI…

14/06/2022

In un momento storico come quello che stiamo attraversando ripensare al tema dei CONFINI è sfidante. Confini fisici, ma anche linguistici, sociali e soprattutto mentali. Confini che hanno una caratteristica in comune: “l’isolamento dell’individuo di fronte a una realtà”.

Come sempre è la parola che guida la comprensione. Partire dall’etimologia consente di osservare sfaccettature e valutare attribuzioni di significato, stratificati nel tempo e nel gergo comune, spesso inappropriate.

Il termine CONFINE deriva da CUM, che indica uno spazio condiviso – CON; e dal sostantivo FINIS che ha un significato complesso ma indica principalmente LA FINE, il punto in cui si giunge al TERMINE, AL FINE. Ecco che CUM-FINIS significa letteralmente il luogo dove si finisce insieme, dove si intravede l’altro – per dirla con Balzano -, dove ci si trova l’uno di fronte all’altro con la possibilità di integrarsi o di rimanere arroccati alla propria diffidenza.

Il confine allora ha a che fare con uno spazio in cui ci si incontra e l’incontro prevede la contaminazione: le singole identità rendono riconoscibili pensieri e corpi i quali si lasciano plasmare dall’apertura all’altro.

Il termine confine così come pensato nella discussione contemporanea tradisce il significato originario: incontro e superamento.  Il gergo militare lo intende come frontiera fortificata, spazio che non può essere valicato, dove le diversità sono motivo di separazione e di conflitto. In questo senso il confine è LIMITE da non oltrepassare, LIMES per il quale il varco è qualcosa da riparare.

La parola confine è portavoce dei temi della soglia, del varco, dell’andare oltre. L’idea di incontro e di rispetto della diversità si amalgama con il bisogno di identità, un contenitore necessario per non essere risucchiati nello spazio liquido, un contenitore che le contaminazioni rendono dilatabile e rivedibile.

Che la frontiera possa essere una linea è solamente un’illusione, un’illusione che ci rassicura perché dipinge il mondo come un luogo ordinato, perché definisce delle identità, perché dividendoci dall’altro ci aiuta a riconoscere quelli “come noi”. Un’illusione.

Viviamo in un mondo non ordinato ma, anzi, alla continua ricerca di nuovi equilibri. Le nostre identità sono mutevoli nel tempo e nello spazio. La nostra cultura, così come qualsiasi cultura, è meticcia. Il vecchio continente è da sempre destinazione, per chi viene da est, e punto di partenza, verso ovest. La frontiera non è una linea, non è ermetica, non è uno spazio d’ordine, ma piuttosto un luogo “di contatto e di conflitto, di incontro e di tensione tra il sé e l’altro”, dove le contraddizioni si sommano, le identità si sovrappongono, le culture si intrecciano.” (da Camminare, Stefano Catone)

Il progresso ha reso possibile estendere i confini del nostro universo fino a esperire ciò che è stato chiamato l’iperrealtà. Essere in costante movimento, anche da fermi, l’implosione del tempo della comunicazione hanno reso le distanze prive di importanza e l’idea di confine geografico insostenibile.

I confini possono allora essere intesi come membrane di comunicazione che rendono necessario ripensare i concetti di vicino/lontano, qui/là, dentro/fuori, familiare/estraneo, certezza/incertezza, non più come opposizione ma come relazione complessa. “Uscire dai propri confini” è una continua opera di traduzione e ritraduzione di sé e dell’altro.

“Assumiamoci un impegno: quello di spostare lo sguardo, di conquistare i valichi invece delle vette, di tessere i fili, di trovare quel che ci unisce, e arrivarci insieme, un passo alla volta”. (da Camminare, Stefano Catone)

 

Articolo di Alessandra Manzoni

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