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LETTERE & LETTERE. PARLARE DI LIBRI CHE PARLANO DI LETTERE

21/11/2022

Per raccontarsi è necessario trovare le parole giuste, per questo non sempre è facile comunicare verbalmente i propri sentimenti e gli uragani che ci attraversano.

Noi siamo le nostre parole, quelle che conosciamo e quelle che pronunciamo. Trovare quelle giuste prevede un tempo di riflessione che ci dia modo di soppesare le parole narranti i sentimenti che dominano il nostro pensiero, prevede una lentezza che non sempre la parola orale può e sa contemplare.

 

“Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, poiché le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto…Quando il segreto rimane chiuso dentro non è per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
Stephen King da “Stagioni diverse”

 

Abbiamo perso l’abitudine di affidare le nostre confidenze alle lettere, eppure gli epistolari, i carteggi e i libri che raccontano di una comunciazione così lontana dalla rapidità schiacciante dei nostri tempi ci affascina e ci meraviglia. Ne “Le lettere di Esther” di Cècile Pivot si celebra la potenza del narrarsi filtrato dalla mano che scrive. Scrivere di sé, raccontarsi a qualcun altro che magari non ci conosce utilizzando un medium come la Lettera significa fare un viaggio interiore che mentre si compie ci trasforma e al contempo trasforma l’altro che legge.

In questo libro lo scambio epistolare diventa un pretesto per rimpossessarsi di una comunicazione più profonda, capace di contenere e dar ragione delle fragilità umane: la paura di mettersi a nudo, di non riuscire a dire di sé ciò che conta, il timore di sentirsi giudicati e allo stesso tempo il bisogno e il desiderio di con-fidarsi con qualcuno che non ha un’etichetta indelebile per il nostro essere. Emerge qui la differenza tra il porsi e lo scrivere di sé che non lascia dubbi sulla potenza dell’epistolario e che sembra essere lo strumento più adatto per parlare di sentimenti forti.

 

“Scrivere lettere mi mancava. Ormai non lo facciamo più. Lo consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni. Tuttavia, io so meglio di chiunque altro, avendo mantenuto con mio padre un rapporto epistolare lungo ben ventidue anni, che le stesse cose si dicono diversamente se le scrivi. Usiamo parole ed espressioni diverse, curiamo lo stile. I pensieri prendono strade differenti, di più difficile accesso, più tortuose e imprevedibili. Più esaltanti, anche. Ci liberiamo, ci esponiamo e corriamo dei rischi. Scrivere una lettera, spedirla, aspettare una risposta dà nuovo valore ai giorni, ha un peso a mio avviso più consono al messaggio dentro la busta.”

 

Le nostre storie non finiscono mai perché “la vita è un cerchio o un susseguirsi di cerchi che si disegnano uno dopo l’altro e mutano in una spirale che conduce a un centro: la nostra storia interiore”. Questa storia, che si pana chiara in termini di azioni, è sempre bisognosa di distanza per mettere ordine nelle sue sequenze e fare chiarezza del proprio tragitto. Scrivere della nostra storia interiore da un lato è come imprigionarla, come renderla definitiva e immutabile, dall’altro è un atto liberatorio che permette di prenderne le distanze e accoglierla come nostra, avendone compassione.

Nel prezioso libro Piccolo inventario dei saluti” di Carla Corsi, le lettere servono a riempire un vuoto e diventano la concretizzazione di ciò che si vorrebbe dare in quel momento. Una madre e la sua bambina che per disagio emotiva, distanza anagrafica e fisica non possono comunicare ma riescono a fissare nel tempo le parole che raccontano di quelle emozioni forti attraverso delle lettere che saranno lette e rilette in un futuro ancora da decidere, in un momento postumo in cui potranno essere davvero comprese. Si tratta di un tentativo consolatorio per la psiche, una liberazione emotiva, un modo per riempire quel vuoto con riflessioni e ricordi. Come il messaggio nella bottiglia al quale si affida il proprio sentire nella speranza che qualcuno lo trovi e ne faccia tesoro, anche queste lettere saranno ritrovate da una figlia adulta e divenuta complice.

 

Nelle tue lettere mi racconti che non ci sei stata per un po’. Che hai deciso a un certo punto della tua vita, che non avevi più forza e risorse per continuare a starmi accanto. Che ti è servito del tempo per rimettersi in ordine. Mi piace questa piccola frase, assomiglia proprio a te e da un po’ la sento mia…Queste tue lettere che mi hanno parlato di fragilità, degli errori, della fatica; ma pure della bellezza, dei ricordi…Le potrò leggere, annusare e sfiorare ogni volta che mi sembra di dovermi arrendere…”

 

Scrivere lettere e poi rileggerle in tempi differiti ci consente di sapere esattamente il punto in cui ci troviamo e di comprendere dove eravamo quando le abbiamo redatte. Scrivere una lettera a qualcuno ha l’intento dichiarato di voler comunicare qualcosa; il contenuto e le modalità espressive saranno potenzialmente influenzati dallo stato d’animo di chi scrive e dall’aspettativa che supponiamo avere chi ci leggerà. Ma se la lettera scritta non giungesse al destinatario originario e fosse recapitata per sbaglio a qualcuno che non la attendeva, cosa può accadere?

In La lettera d’amore” di Catheen Schine si parla di una missiva anonima che la protagonista riceve inaspettatamente: non sa chi possa averla scritta e non sa nemmeno se è stata scritta a lei. Ciò nonostante, questa lettera cambia il corso della sua vita scatenando emozioni fortissime, come se il mittente avesse parlato all’universo con quella lettera e ciò che conta è solo colui il quale ne diviene lettore. Contano solo le proiezioni e l’immaginazione del destinarlo involontario che si impossessa del significato di quelle parole facendole proprie.

 

“Solo più tardi si ricordò di come le era sembrata sbagliata quella lettera e di quanto le fossero apparsa inopportuna…La aprì, quasi meccanicamente, e si mise a leggerla…un’onda di calore poco familiare la avvolse all’improvviso, un senso di tenerezza, la tenerezza di qualcun altro. Perché questa lettera si trova in mano mia? Sono una guardona. Questa lettera non è mia, non l’hanno mandata a me. Però ce l’ho in mano, l’ho letta, i suoi sentimenti mi hanno commossa.
[…] Le lettere si fraintendono così facilmente, però puoi correggerle e ricorreggerle finché non vengono proprio come vuoi. Non è come quando si parla. Certo una lettera la puoi progettare, migliorare; puoi renderla più gradevole, più aspra, puoi cambiare idea. Ma una volta spedite, le lettere non possono cambiare, né crescere, né farsi influenzare, né ritrarsi timidamente. Niente intonazioni, niente variazioni di volume, niente alterazioni dei lineamenti che possano ammorbidire le parole o chiarire un pensiero. Le lettere sono concrete, sono storia.”

 

Una lettera può funzionare da amplificatore, può diventare il modo per osservarsi e comprendersi meglio, per legittimarsi o autorizzarsi bisogni e desideri. Può divenire la denuncia di uno stato d’animo irrimandabile, penso a Lettera al Padre” di Kafka. Può anche essere un modo per rendere concreto uno stato d’animo, per renderlo tangibile, per dichiarare definitivamente il proprio percorso. Nel libro Il peso” di Liz Moore le lettere scandiscono i tempi della solitudine e il bisogno di cura, fotografano la fine e l’inizio di vite bisognose, ma soprattutto sono uno strumento con il quale rieducarsi, rivolgendosi direttane alla propria interiorità.

 

Quando ho finito di scrivere ho tenuto la lettera tra le mani davanti agli occhi e ho immaginato di spedirla. Ho immaginato molto chiaramente di ripiegarla con cura in tre parti e di prendere la busta con la mano destra e di inserire la lettera con la sinistra. E poi di sigillarla. E poi di scriverci l’indirizzo di Charlene, che conosco bene quanto il mio. Vigliacco, vigliacco, ho pensato, se volessi qualcosa lo faresti. Mentre scrivevo avevo provato un grandissimo sollievo ad alleggerirmi la coscienza dopo così tanto tempo con qualcuno a cui tenevo così tanto. Era la lettera che avevo sempre sognato di scriverle.”

 

Una lettera scritta per sé in forma di soliloquio diventa quasi un rito magico, per dirla con Jodorowsky. E penso a Edith Bruck e alla sua Lettera alla madre” che le consente di affrontare temi universali come la guerra e il trauma delle persecuzioni incrociandoli con una prospettiva intima di dialogo e di confronto con una Madre e con un Dio che pesano sul cuore. Alla madre viene inviata una lunga lettera sospesa tra ricordi e fantasmi alla ricerca di risposte o forse uno specchio dentro al quale ritrovarsi. Questa comunicazione epistolare, eliminando il suono, lo sguardo e la voce, consente di tenere a distanza la potenza dell’interlocutore e controllare la fragilità di chi la scrive.

 

“Cara mamma,
ciò che non avevo osato fare a nove anni l’ho fatto a novanta! Scrivere a Dio. […] Finalmente senza più temerti gli ho scritto. Forse è una lettera di lamento, di protesta ispirata a te, dalle tue suppliche continue con lo sguardo verso l’alto e raramente su di me, sulla tua figlia più piccola che osava pensare, dubitare, riempirti di perché, come fossi tu Iddio senza risposta.”

 

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