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L’ARTE DI NARRARE: INTERVISTA A BRUNO BONISIOL, STORYTELLER E COUNSELOR DELL’EDUCAZIONE

16/08/2022

L’esperienza del raccontare è fondamentale per l’essere umano e il linguaggio è il mezzo che permette di veicolare informazioni essenziali su noi stessi e sull’ambiente che ci circonda.
 
Chiedo all’amico Bruno Bonisiol – Story-teller di lunga data e Counselor dell’educazione -, invitato a partecipare alla II° edizione del Festival della Biblioterapia (dal 15 al 18 settembre 2022) dal titolo “L’umano raccontare”, che cosa e’ lo story telling.

Lo story-telling è la coltivazione e la condivisione di storie. Poi mi piace dire che le storie sono significati in movimento. Quindi lo storytelling è la pratica che ci permette di dare senso alla realtà attraverso la narrazione.

In che cosa consiste questo approccio?

Lo storytelling è come un albero che affonda le sue radici nel terreno dell’esperienza umana, gli dà forma attraverso il il “fusto” della narrazione e poi offre i suoi frutti in tante forme diverse: orali, scritte, pittoriche, plastiche, cinematografiche… affinché siano condivisi.

Qual è il senso della scrittura in questa prospettiva?

La scrittura è la chiave. Il termine “telling”, raccontare, presente nella parola inglese ha spesso alimentato l’attenzione verso le pratiche performative di condivisione, in particolare il racconto orale. Ma lo storytelling molto di più, è tutto quanto, è tutto l’albero. La parte fondamentale sono le radici e il terreno che va reso fertile, ovvero la parte di ricerca, e poi il fusto, la fase di scrittura, o meglio, io lo definisco “design”, il disegno della storia, creare la struttura, dare forma alla sostanza del racconto. Questa è la parte che preferisco, sulla quale mi concentro maggiormente. In questo senso preferisco definirmi uno “story designer“. Ogni storia raccontata è una storia che è stata scritta e disegnata. Magari da soli, nel silenzio della propria stanza, ma meglio ancora se in un processo condiviso con altri.

Come reagisce chi partecipa a gruppi di story telling?

La condivisione delle proprie storie o la generazione condivisa sono pratiche potenti. Durante un workshop internazionale condotto recentemente con un gruppo di operatori culturali da tutta Europa, un partecipante ha raccontato una storia di “empowerment”, di riscatto dalla solitudine e lo sconforto. E in chiusura aI racconto ha aggiunto: “Questa è una storia di liberazione, ma soltanto pochi minuti fa io non lo sapevo. Perché è stato solo quando ho cominciato a raccontarvela che ho capito che mi stavo liberando. Grazie a tutti voi”. Ecco, in uno gruppo di lavoro sullo storytelling può capitare anche questo.

Quali sono gli ambiti di applicazione e di sviluppo?

Sono estremamente ampli. Se ne parla da pochi anni, ma lo storytelling esiste dalla notte dei tempi, da quando l’homo sapiens ha messo in fila dei segni creando una sequenza narrativa. Con l’avvento delle società organizzate, pensiamo alla civiltà greca, lo storytelling ha dato vita agli archetipi fondamentali della narrazione, i miti. Essi erano necessari per permettere lo sviluppo delle potenzialità sociali. Oggi lo storytelling ha un ruolo centrale nella cultura popolare, nella didattica e le attività formative, la comunicazione sociale, politica e commerciale, la pubblicità, il marketing, nel counseling e nelle professioni di aiuto alla persona all’interno di organizzazioni come scuole, ospedali, aziende. La società si è sviluppata e con essa lo storytelling. Io lo impiego in due ambiti principali della mia attività di consulenza: per l’identità e l’organizzazione delle imprese, per il supporto ad imprenditori e manager nel loro percorso personale e professionale. Ma gli impieghi sono potenzialmente infiniti. Credo che il futuro ci riserverà delle sorprese.

SECONDA PARTE

Bruno Bonisiol che senso ha per te questa affermazione: “Ogni persona è un sé narrabile che aspetta solo di essere raccontato” (Cavarero)?

Raccontare è necessario per essere. Raccontare non è solo una possibilità di condividere la nostra vita. È il modo più naturale di disegnarla. Mi piace pensare a ogni uomo come un gomitolo di possibilità. Lì dentro c’è la nostra vita fatta di fili avvolti, talvolta annodati, a volte spezzati. Raccontare significa “svolgere” la matassa, liberare i fili e se serve riannodarli, trovare un “senso” e averne cura.

Rispondere a questo desiderio di essere narrato è un gesto di cura verso l’altro?

È un gesto di cura innanzitutto verso noi stessi. E poi verso l’altro. Come lo psicologo James Hillmann ha sottolineato, molta psicologia ha cercato di leggere la nostra vita come il risultato della genetica  o dell’educazione. Con la classica dicotomia tra “nature” (natura) e “nurture” (cultura – educazione) ci siamo convinti che la chiave stia comunque fuori di noi, e che non possiamo farci più di tanto. E invece noi abbiamo un grande potere su noi stessi: quello di liberare la nostra vocazione, la nostra chiamata, scoprire quello per cui siamo “portati”. E coltivarlo attraverso il racconto. Questo gesto fondamentale di cura verso noi stessi è la molla per avere cura anche dell’altro.  Quando abbiamo una storia, allora possiamo intrecciarla con le storie degli altri.

Che rapporto c’è tra il raccontare/raccontarsi e la nostra struttura emotiva?

Penso alle emozioni come a un mediatore tra il senso profondo e la nostra pratica di vita. Le emozioni misurano la distanza tra la nostra anima e quello ci accade e ci danno dei suggerimenti.

Una delle parole greche per tradurre felicità è Eudemonia che vuol dire letteralmente demone (daimon) del bene (eu). Ecco le emozioni ci dicono in che posizione siamo rispetto al nostro demone. Siamo vicini, siamo felici? O ci sentiamo alienati dalla nostra missione? Allora subentra la rabbia e lo sconforto. E le storie? Sono la chiave per immaginare degli avvicinamenti al demone. “E se… facessi così? Cosa succederebbe?” Con le storie possiamo testare degli scenari possibili mettendo alla prova le nostre emozioni. Ma senza farci troppo male. Le storie sono un “prototipo” di vita, un modello di esistenza possibile.

Può essere lo Story telling uno strumento educativo?

Certamente. Lo storytelling è una bussola straordinaria per orientarci nelle nostre vite.  Secondo Joseph Campbell, l’eroe intraprende il suo viaggio, raccogliendo la sua chiamata grazie all’aiuto di un mentore, così le storie sono il nostro mentore nel momento in cui non sappiamo bene dove andare, o non sappiamo se partire oppure no. Educare vuol dire letteralmente “tirar fuori”. Le storie ci tirano fuori dall’impasse e ci mettono in movimento.

Quale valore aggiunto può avere incontrare la possibilità di raccontarsi per le nuove generazioni?

Attraverso il racconto di sé, i ragazzi, possono incontrare il proprio demone buono e cavalcarlo alla scoperta della vita.

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Bibliografia e suggerimenti di lettura:
In Italiano:
  • Campbell, J. (2016). L’eroe dai mille volti. Lindau Editore.
  • Gottschall, J. (2014). L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani. Bollati Boringhieri
  • Vogler C. (2010), I viaggio dell’eroe. Audino Editore.
In Inglese:
  • Weich, J. (2014). Storytelling on steroids. BIS Publishers. (anche se in inglese è un libro di facile lettura che usa degli esempi conosciuti per dare una panoramica a 360° sulle applicazioni dello storytelling in comunicazione, marketing, arte)
  • Simmons, A. (2009). The story factor: secrets of influence from the art of storytelling;. New York: Basic Books.
  • Boyd, B. (1952). On the origin of stories: evolution, cognition, and fiction. Cambridge, Mass.: Harvard University Press.
  • Hutchens, D. (2015). Circle of the Nine Muses: a Storytelling Field Guide for Innovators and Meaning Makers. Wiley.
  • Ramsden A. & Hollingsworth S. (2013), The Storyteller’s Way. Sourcebook for inspired storytelling. Hauthorn Press
  • John Yorke. Into the woods. How stories work and why we tell them.
Bruno Bonisiol (1971) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Bologna, ha studiato Art Direction all’Istituto Europeo di Design di Milano, Storytelling alla Mezrab School e Design Thinking alla DT Academy di Amsterdam. Consulente creativo e di comunicazione, formatore, lavora con le idee, le immagini, le parole e le storie. È story designer in Vulcano agenzia di comunicazione di Venezia.

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