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Intraducibilità e traduzione

19/08/2021

DI SILVIA SABATINI

Intraducibilità e traduzione:   come un apparente limite allarga l’orizzonte

di MARTA LAVAGNA

fotografie di Silvia Sabatini.

 

‘Intraducibilità’. Delineare cosa si intende con questo termine tanto ricco di fascino quanto di ambiguità è inevitabilmente il primo passo per comprenderne la natura e il significato.

Esistono davvero lemmi intraducibili? Si tratta di una caratteristica connaturata di alcune parole? Dove si colloca quel “nocciolo intraducibile” di cui abbiamo forse sentito parlare?

Tradurre è una possibilità. Lo facciamo quotidianamente trasformando un pensiero in parole, o trasponendo quelle stesse parole su carta. Lo facciamo quando a un’emozione facciamo corrispondere un’espressione sul volto, o quando premiamo il pulsante ‘off’ di un interruttore con la consapevolezza che quel gesto spegnerà un dispositivo. Ma com’è possibile trasporre un esatto messaggio da un codice linguistico a un altro? Qual è il grado di esattezza di una traduzione? E qual è il confine tra semplificazione e imprecisione? Quanto influisce in questo processo la culturospecificità?

In passato – e tutt’ora – sono stati fatti e ancora vengono elaborati numerosi studi e riflessioni sul concetto di ‘intraducibilità’. Studiosi come Ortega y Gasset e Susan Bassnett – per citarne solamente alcuni – sostengono per esempio una sostanziale intraducibilità di fondo delle parole, intrinseca a ogni lemma, determinata dalla culturospecificità e ad essa strettamente connessa. Sono stati proposti numerosi esempi di parole, o espressioni, che – nonostante siano considerate equivalenti – non descrivono mai esattamente la stessa cosa.

In una serie di conferenze e seminari sulla traduzione tenuti nel corso degli anni Novanta, Umberto Eco ha sottolineato che dire “la stessa cosa” non è mai completamente possibile. L’obiettivo a cui un traduttore può aspirare è dire “quasi la stessa cosa” asserendo che le parole – a seconda delle interpretazioni, dei punti di vista e delle specificità culturali – possono acquisire diversi significati e descrivere, così, diversi mondi.

 

Cosa significa ‘tradurre’? Siamo sicuri di avere colto il vero significato di questa parola? Si tratta di una possibilità o di un gioco di contraddizioni dalla natura ambigua, più prossimo al paradosso?

In uno studio piuttosto interessante del filosofo francese Paul Ricœur– “Un passage- traduire l’intraduisable” – la traduzione viene idealmente affiancata all’idea di ‘passaggio’. Un passaggio, quello descritto da Paul Ricœur, che si colloca ben lontano da una mera traduzione, meccanica e perfettamente equivalente ma abbraccia invece un’idea di traduzione nella quale culture differenti e punti di vista distanti giocano un ruolo fondamentale. Risulterebbe infatti decisamente semplicistico pensare che due codici linguistici – aventi relative tradizioni, caratteristiche geografiche, assetti religiosi e sociali di riferimento – possano essere sovrapposti senza alcuno scarto o senza flessibilità. Né sarebbe corretto annullare una tale ricchezza.

Si tratta di due o più mondi – nel senso più compiuto del termine – che possono comunicare, condividere, che permettono e alimentano continui scambi, ma che tuttavia rimangono separati. “Per capire un testo”, ancora una volta a ripresa delle parole di Umberto Eco, “bisogna fare un’ipotesi sul mondo possibile che esso rappresenta”. In altre parole, basarsi primariamente sulla conoscenza del mondo con il quale entriamo in contatto, soppesando ogni espressione, ogni termine, risolvendo le eventuali ambiguità ancor prima di avanzare risoluzioni nell’altro codice linguistico, contestualizzando e decodificando i messaggi che l’autore ha voluto trasmettere. Questo passaggio è fondamentale e si fonda sulle conoscenze che il traduttore-lettore possiede su quel dato mondo, o sulle congetture da lui formulate. Avendo così chiara l’immagine di riferimento di quel dato mondo, delle sue dinamiche interne e dei significati che in tale contesto le parole possono verosimilmente assumere, diventa possibile rappresentarla in modo pressoché equivalente nella lingua desiderata.

DI SILVIA SABATINI

La nostra visione della realtà, secondo quanto detto finora, risulta strettamente connessa al mondo linguistico-culturale di appartenenza. Una varietà di mondi possibili che consentono di creare ologrammi di una stessa realtà estremamente diversi tra loro, sotto l’influenza in parte delle strutture linguistiche, in parte dei retaggi storico-culturali. In questo universo di possibilità, la traduzione avviene.

Pur non essendo possibile una piena sovrapposizione identitaria tra significanti appartenenti a due diversi codici linguistici, è possibile sostenere un dialogo tra i diversi mondi coinvolti. Si tratta di un vero e proprio dialogo tra testi, lingue e culture che permette di osservare la realtà da più prospettive, di arricchire la lingua di partenza in termini di espressività e di entrare in contatto con l’“altro”. Infatti, è proprio davanti ai cosiddetti “intraducibili” – ai termini più ostici o a quelli culturospecifici – che il traduttore realizza appieno la sua funzione e le attribuisce il giusto valore.

Tradurre è possibile. Quanto detto finora porta a considerare l’‘intraducibilità’ come un precetto relativo, la cui relatività dipende dal grado di accuratezza e letterarietà della traduzione, dall’interpretazione data dal traduttore e dalla stessa ricezione da parte di una cultura specifica.

Risulta dunque spontaneo chiedersi fino a che punto gli uomini condividano – effettivamente – uno stesso codice. Come scrisse infatti il celebre scrittore, drammaturgo e poeta Luigi Pirandello:

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!

Allontanandosi quel poco che basta dalla perentorietà del pensiero pirandelliano, risulta comunque innegabile l’effettiva difficoltà nell’esprimere a parole l’emotività e le sensazioni provate dall’essere umano. Di conseguenza, pensare che questi possa in fin dei conti comprendere appieno il senso di quanto gli viene detto da un interlocutore – ammesso che questi parli la stessa lingua – rimanda alla sfera dell’illusorietà.  È possibile riscontrare opinioni concordi anche tra numerosi poeti, i quali – pur facendo ampio uso della poesia – ne sottolineano i limiti. Nella raccolta di poesie “Ossi di Seppia”, Eugenio Montale esprime una reale frustrazione di fronte all’assenza di mezzi per poter esprimere – o meglio, “costringere” – i suoi sentimenti in quelle che definisce “lettere fruste dei dizionari” per mezzo di una voce che si trasforma in “lamentosa letteratura”.

Alla luce di quanto detto finora appare chiaro che l’intraducibilità alla quale si fa riferimento in questa sede è un concetto relativo, determinato e influenzato da numerose variabili.

Il punto su cui occorre soffermarsi è dunque il grado di accuratezza delle varie traduzioni, il quale deve necessariamente rispecchiare una grande consapevolezza in merito ai mondi con cui si interagisce e, al contempo, un grande rispetto per l’opera di partenza e per la sua culturospecificità.

Comprendere il senso, la “cosa” che si vuole dire, e collocarlo in un tempo e in un luogo è il primo imprescindibile passo per qualsiasi approccio traduttivo ed è possibile solamente grazie a una profonda consapevolezza.

È anche sotto questa luce che nasce e si conclude questa breve riflessione sull’‘intraducibilità’, poiché – nella misura in cui l’uomo può davvero condividere uno stesso codice, nella misura in cui può realmente “dire quasi la stessa cosa” – la traduzione può sempre avvenire costituendo una grande opportunità di riflessione, di presa di consapevolezza come anche una preziosa fonte di ricchezza, di incontro e dialogo tra quelli che definirei i “nostri innumerevoli mondi”.

 

 

Bibliografia:

Apter E. (2013), Against World Literature: On the Politics of Untranslatability, Regno Unito, Verso Books.

ORTEGA Y GASSET J. (2012), “Miseria y esplendor de la traducción”, Trama & Texturas, n.19, <http://www.jstor.org/stable/24391669>.

Bassnet S. (1980), Translation Studies, New York, Routledge.

Cassin B., Apter E.  (2004), Vocabulaire européen des philosophies: dictionnaire des intraduisibles, France, Le Robert.

Eco U. (1992), Dire quasi la stessa cosa [2017], Milano, Bompiani.

Ricoeur P. (2004), Sur la traduction [2008], trad. M. Oliva, Città del Vaticano, Urbania University Press.

Steiner G. (1992), After Babel: Aspects of Language and Translation [1994], trad. R. Bianchi, Milano, Garzanti.

Fava F. (2016), ““Un no sé qué que quedan balbuciendo”: l’inesprimibile, l’intraducibile”, in “Il segno tradotto idee, immagini, parole in transito”, Testo a fronte, n.54, Milano, Marcos y Marcos. Pirandello L. (1921), Sei personaggi in cerca d’autore, [2018], Varese, Crescere Edizioni.

Montale E. (1925), “Potessi almeno costringere”, in Ossi di Seppia [2016], Milano, Mondadori Libri S.p.A.

 

MARTA LAVAGNA

Dott.ssa in Interpretariato e Comunicazione con una tesi in Intraducibilità e traduzione dall’arabo

Specializzata in inglese e arabo presso l’università IULM di Milano.

Tags: INTRADUCIBILITA', letteratura, TRADUZIONE

MARTA LAVAGNA

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