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“Il primo gennaio” di Eugenio Montale

23/02/2022

So che si può vivere

non esistendo,

emersi da una quinta, da un fondale,

da un fuori che non c’è se mia nessuno

l’ha veduto.

 

So che si può esistere

non vivendo,

con radici strappate da ogni vento

 se anche non muovere foglia e non un soffio increspa

l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.

 

So che non c’è magia

di filtro o d’infusione che possano spiegare come di te s’azzuffino

dita e capelli, come il tuo riso esploda

nel suo ringraziamento

al minuscolo dio a cui ti affidi,

d’ora in ora diverso, e ne diffidi.

 

So che mai ti sei posta

Il come – il dove – il perché,

pigramente rassegnata al non importa,

al non so quando o quanto, assorta in un oscuro

germinale di larve e arborescenze.

 

So che quello che afferri,

oggetto o mano, penna o portacenere,

brucia e non se n’accorge,

né te n’avvedi tu animale innocente

inconsapevole

di essere un perno e uno sfacelo,

un’ombra

e una sostanza, un raggio che si oscura.

 

So che si può vivere

nel fuochetto di paglia dell’emulazione

senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato

da Chi volle tu fossi … e se ne pentì.

 

Ora,

uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti

lo scheletro dell’albero di Natale,

ti accompagna in sordina il mangianastri,

torni indietro, allo specchio ti dispiaci,

ti getti a terra, con lo straccio scrosti

dal pavimento le orme degli intrusi.

Erano tanti e il più impresentabile

di tutti perché gli altri almeno parlano,

io, a bocca chiusa.

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