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“Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca

15/07/2022

Uno sguardo a questo romanzo breve di Erri De Luca a partire dal tema dell’umano raccontare e dell’eredità lasciata dalla testimonianza.

“Se non vi offendete, credo di somigliare a voi, non per eredità, ma per imitazione. Faccio le cose che mi insegnate e così mi avvicino…Don Gaetano mi passava le consegne di una storia, era un’eredità. I suoi racconti diventavano ricordi, i miei, riconoscevo da dove venivo…”

Per dirla con Recalcati: “L’eredità non è mai eredità di sangue, non è consolidamento di un’identità solida: ciò che si eredita è sempre una testimonianza. Qualunque incontro contingente può portare con sé il dono della testimonianza possibile… Non esistono testimoni di professione, come non esiste una pedagogia della testimonianza. La testimonianza può essere riconosciuta solo in una ricostruzione retroattiva. La forza della testimonianza è nel suo accadere là dove non l’avresti mai aspettata.” (MRecalcati).

È ciò che accade ne Il giorno prima della felicità, dove due vite che non si cercano, si incontrano per sopravvivenza e l’una illumina l’altra attraverso la luce della testimonianza.

“Don Gaetano mi passava le consegne di una storia, era un’eredità. I suoi racconti diventavano ricordi, i miei, riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori, ma la persona di un popolo… Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli per compassione, collera, eppure vergogna di chi arriva a tardi a nascere.”

Scritto nella forma tipica dell’oralità, questo romanzo racconta di due orfani privi di alcun legame, un adulto e un ragazzo; ad entrambi la vita ha riservato quale maestra la strada, privi di alcun riferimento famigliare, di affetti e di certezze. Ma per il giovane la vita ha avuto un’attenzione in più: gli ha donato la possibilità di attingere parti sé, del suo passato, della sua storia e delle sue radici, dalla testimonianza di chi l’ha preceduto in destino; da quell’adulto che, pur non essendo suo padre o sua madre di sangue, lo ha raccolto e accompagnato verso la vita, per poi lasciarlo andare.

“Taggia ‘mpara e taggia perdere”. Questa era la sentenza alla fine del gioco, quando ti avrò insegnato ti dovrò abbandonare. Era un fatto, doveva succedere così. …“Non ti mortificare davanti a nessuno, sei roba buona e ti farai valere”. Don Gaetano mi sosteneva “uno che è cresciuto da solo dentro uno stanzino e si comporta bene per istinto, ha una vita speciale, la devi difendere, pure se passerà per il sangue”.

Ruotano intorno a queste due bellissime figure tante piccole maschere popolari, sono le persone da non confondere con la gente; un popolo, sostanza di una città, Napoli, piena di contraddizioni ma autentica e potente, in grado di rispondere alla chiamata della Storia con moto popolare generoso e compatto. Ma nessuno è mai solo buono o cattivo, è imperfetto, portatore di tutte quelle ambivalenze che rende l’animo dell’uomo attraente.

“Intanto non la chiamare gente. Sono persone. Una per una: se la chiami gente, non fai caso alle persone, non si possono sentire i pensieri della gente, ma quelli di una persona alla volta”.

Il giorno prima della felicità ha a che fare con l’arte dell’attesa; essa non va cercata, ma la si può aspettare dimenticandosi del tempo trascorso scrutando l’orizzonte e rendendo ogni giorno prezioso perché non è importante che la felicità arrivi veramente, ciò che conta è saperla immaginare e fare spazio perché sogni e desideri si realizzino.

“Le cose a me capitavano per sbaglio. Provavo a ricostruire la circostanza. Com’ero il giorno prima della felicità? Com’ero cinque minuti prima…? Già non lo sapevo più e non potevo rifarlo.”

 

Recensione a cura di Alessandra Manzoni

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