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Conversando con…

28/04/2023

“LE OTTO MONTAGNE” DI PAOLO COGNETTI

 

Recensione a cura di Gaia Miglietti

 

Ho una sorella maggiore, di poco, ci separano solo quattordici mesi. Qualche anno fa con l’avanzare del Covid ha deciso di cambiare vita e trasferirsi in montagna. E noi siamo passate da condividere un muro tra le nostre camere a condividere 214 km di asfalto. A parte la nostalgia del parlarci attraverso quel muro, ogni volta che ci ritroviamo è come se ci fossimo appena svegliate e riprendessimo il discorso della sera prima. Chi ha fratelli o sorelle conosce bene questa sensazione di continuità. Una sorta di connessione neurale che non si cura di spazio e tempo e non detti. Esattamente come avviene per Pietro e Bruno. Certo, la loro è una Fratellanza non di sangue ma di elezione astrale ma funziona esattamente nello stesso modo. Anche quando sono gli anni a separarli, si ritrovano sempre diversi ma uguali: quell’essenza che avevano da bambini quando si erano incontrati per la prima volta, solo il corpo che cambia. E come in ogni famiglia, ognuno ha un suo ruolo da rispettare.

Se fossimo stati fratelli, pensai, Bruno sarebbe stato senz’altro il primogenito. Era lui quello che costruiva. Il costruttore di case, di famiglie, di imprese; il fratello maggiore con i suoi terreni, il suo bestiame, la sua prole. Io ero il fratellino che dilapidava. Quello che non si sposa, non fa bambini e se ne va per il mondo senza mandare notizie per mesi, salvo poi capitare a casa il giorno della festa e proprio all’ora di pranzo.

La condizione di Fratellanza non impone uguaglianza, anzi, l’esercizio è individuare e far fiorire la propria essenza accettando la diversità e la somiglianza senza giudizio. La ricerca della libertà si impone ancora più forte quando sussistono simili legami. É la leggenda delle otto montagne che Bruno ascolta per la prima volta in Nepal da un vecchio carico di galline. I nepalesi credono che al centro mondo ci sia un monte altissimo, il Sumeru, e che intorno sia circondato da otto montagne e otto mari. Sta a ognuno di noi individuare il proprio Sumeru e decidere se scalarlo o percorrere tutte le otto montagne.

-E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?

La condizione di saggezza asiatica riguarda l’individuazione di sé e il mettersi in ascolto delle proprie parti, dei bisogni e delle propulsioni. La montagna è un luogo contemplativo in cui è possibile avvicinarsi alle proprie costellazioni interiori, alla comprensione. Il viaggio è la ricerca di ciò che ci è ancora ignoto. Pietro si muove tra la sua barma e l’altrove, tra la riconnessione e la scoperta, su un sentiero di individuazione e integrazione di sé. Ed ecco il perdono del padre – che si può verificare solo se prima si entra in profonda connessione con l’altro – la comprensione delle scelte della madre e l’accettazione del destino del suo amato fratello elettivo.

 

 

QUESTO LIBRO È BIBLIOTERAPICO?

 a cura di Alessandra Manzoni

 

 Il riuscitissimo romanzo di Cognetti vincitore del premio Strega che ha ispirato l’altrettanto riuscito film, percorre trent’anni di vita dei protagonisti e offre spunti di riflessione sui rapporti interpersonali di rara profondità.

La sua potenza risiede nella capacità di immedesimazione e di proiezione che l’intero racconto è in grado di produrre nel lettore. Il testo ha canoni stilistici e tematici che lo rendono efficace e potente lungo tutto il processo di immedesimazione letteraria. Lo stile è semplice e lineare, la sua costruzione ha un ritmo pieno e allo stesso tempo lento a sufficienza da assecondare le trasformazioni che avvengono nei personaggi e che ricadono sull’ emotività del lettore.

La metafora della montagna, dominatrice eterna e assoluta del romanzo, sottolinea l’insignificanza e la fragilità delle vicende umane. Il continuo ricorrere di temi universali quali il rapporto tra padri e figli, l’amicizia fraterna e il sodalizio spirituale di una vita, non lasciano dubbi sull’ efficacia biblioterapica del romanzo. Non a caso Gaia sperimenta un forte transfer sui personaggi, coglie riferimenti personali,  sente risuonare il conosciuto, il caro, il ricordo e l’amato.

Un testo fortemente biblioterapico produce esattamente questo processo: catarsi e introspezione.

“Se il mondo fosse fatto di otto montagne che circondano un monte altissimo, lo si conosce e capisce meglio salendo in cima alla vetta più alta o facendo il giro delle altre otto? E dal punto in cui ti trovi, in un torrente, il futuro è a valle, verso cui scorre l’acqua, o a monte, alle tue spalle?”

Queste alcune delle domande di senso che l’autore pone ai suoi lettori quasi parlando fra sé e sé senza sottrarsi dal rispondere a partire dalla propria esperienza che si fa anima:

“Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.”

Ogni lettore sarà sollecitato a dare la propria risposta a queste domande esistenziali e a confrontarle con le scelte e le decisioni compiute dai personaggi del romanzo che per qualcuno potranno risultare condivisibili per altri assolutamente inappropriate a seconda della storia o della strada che percorrono. Ciò che conta sarà la capacità di stare su quella riflessione e sentire che ogni risposta corrisponde a un viaggio unico e irripetibile, quel viaggio che Gaia chiama “ricerca di ciò che ci è ignoto”.

 “Ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene”

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