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“Bauci e Filemone” di Margherita Guidacci

09/02/2022

Avevo sempre sospettato che i nostri giorni

fossero solo foglie: mite il loro fruscio

come nel vento, quello della siepe

dietro la nostra capanna, o nel canneto

sull’orlo dello stagno. Ed anche in me

avvertivo un tremore come di foglia

vibrante appena sul tenue picciuolo,

quando tu ritornavi, Amore mio,

dal nostro povero orticello, recandone

i pochi frutti, nostro sostentamento,

nella tua cura assidua maturati

sul ritmo delle calme stagioni: lo spuntare

tenero a primavera, la gran crescita estiva

e l’autunnale culmine nel rosso

e nel turgore, prima dello spegnersi

nelle brume d’inverno. In accordo con il sole,

alto o basso sull’orizzonte, ardente

o velato, furono sempre i tuoi lavori

in tutto il corso di una lunga vita.

Così i miei, nel mio giro ancor più umile:

coprivo il fuoco a sera e lo attizzavo al mattino,

mi muovevo tra le mie ciotole di legno

e inseguivo, perché non danneggiasse

il seminato, quella nostra unica

e amata ochetta. Si, proprio l’ochetta

che scappata ci rese tanto ridicoli

quando vennero gli dèi. Li rivedo, gli dèi,

disegnati anche loro sopra una trama di foglie,

fermi alla nostra porta, semplici come noi:

un vecchio padre col giovane figlio

due modesti viandanti che chiedevano

solo un boccone ed un po’ di riposo

nell’afa meridiana. Li accogliemmo

volentieri, benché per noi significasse

dare fondo le nostre magre provviste.

Non avemmo la più lontana idea

di quale fosse la loro natura

finché non ce lo dissero e allora ci fu poco

tempo per fare esclamazione o cerimonie,

perché il castigo che era stato in serbo

per i nostri vicini inospitali

già incalzava e poteva travolgere anche noi

se alla cima del Monte non avessimo subito

indirizzato i nostri deboli passi.

Come venne improvvisa la piena e come tutto

cancellò la valle! Da una vasta palude

solo la nostra casetta emergeva,

trasformata in un tempio, quando ridiscendemmo.

Entrandovi, ci parve di aver varcato un mare

ed essere approdati a un’altra sponda.

Eravamo gli stessi nello stesso luogo

dove avevamo sempre vissuto; pure, tutto appariva,

dentro e fuori di noi, irriconoscibile.

Anche la nostra vita fu diversa

da allora in poi, come fosse sospesa

tra due mondi ed intenta a prepararsi

per quello definitivo. Una luce augusta

ormai sensibilmente ci avvolgeva.

Tu più non fosti contadino, Filemone,

ma sacerdote; ed io non più massaia

ma tua compagna di sacerdozio. Gli dèi

che un giorno, ignari, avevamo nutrito,

adesso ci nutrivano. Libero da ogni affanno

il nostro tempo trascorreva in preghiera.

E sempre più sottili e trasparenti

diventavamo, sempre più staccati

dal mondo intorno a noi, c’altro non era

che è un grande deserto. Ho detto che ogni cosa

appariva per noi riconoscibile;

pure, devo correggermi: una cosa,

la più importante, non era mutata.

L’amore che da giovani ci aveva

congiunti e accompagnati nell’età,

di un nodo ancor più forte ci stringeva

su quest’ultimo istmo dell’esistere,

ormai accerchiati dalla morte. Puri

eravamo ed estatici, ma sempre

un uomo e la sua donna, necessari

l’uno all’altro, reciproco sostegno

e gioia, e il senso d’imminente fine

sempre più ci rendeva uniti. “Come

verrà?” ci chiedevamo qualche volta.

Ed a conforto dal cuore turbato

Ciascuno ricordava all’altro il premio

chiesto agli dèi, promesso dagli dèi

solennemente alla nostra pietà:

che ci cogliesse insieme l’ora estrema,

affrontarla indivisi. Un altro filo

mi legava al passato: quel mormorio di foglie.

Forse anche tu l’udivi. Non ne parlammo mai.

Non solo quando uscivo sui gradini

del tempio, presso cui un boschetto sacro

era cresciuto e stormiva alla brezza,

ma nell’interno e davanti all’altare

sentivo a tratti quella voce, come

se salisse dal fondo del mio essere,

e pensavo: “E’ la musica dei giorni

che sorgono e declinano, la tenera

musica incomprensibile, di riso

e di pianto, saggia e folle. Nel cuore

delle cose, dal quale si dirama

la sua legge, anche noi presto saremo.”

Non mi stupì quando le scarne braccia,

già somiglianti a rami, si coprirono

di verde nebbia, e il passo che muovevo

verso di te, istintivo (tutti e due

eravamo sul prato, accanto al portico del tempio)

s’arrestò a mezzo ed i piedi

come radici in terra sprofondarono.

Il tuo caso era il mio: vedevo in te

Il mio sforzo medesimo e l’evento.

Pensai un attimo a Dafne… Ma per noi

non violenza d’un dio, non scampo tragico

né gloria dell’allor. Un quieto esito

per me fu il tiglio dai dolcissimi fiori

come per te (più forte) l’alta quercia.

I tuoi occhi sereni che cercavano

l’ultima volta i miei! La bocca piena di foglie

nel dirci addio! Ma non v’è addio. La voce

delle tue fronde e delle mie continua

perennemente il dialogo. Non era

molto più articolato il mio linguaggio

quando potevo parlarti. Ed un moto

m’animava ancora come n’animava

nell’umile mia vita. Quando il vento

scompiglia e tende i nostri rami, tanto

che le mie e le tue foglie come mani si sfiorino,

nella linfa sento ancora il palpito

che m’invadeva umana al tuo appressarti –

o immensamente amato, tu per sempre

amato, mio Filèmone.

“Bauci e Filemone”, da “Il buio e lo splendore” di Margherita Guidacci, ed. Le lettere

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