Non è facile raccontare questo romanzo senza ricorrere ai cliché della “speranza nel buio”. Eppure Ardone sa stare accanto al dolore della guerra che non si ferma alle frontiere, del lutto che non si elabora, della depressione che abita le stanze sotto il nome di “Orietta”. Da quella vicinanza, asciutta e senza retorica, emerge come la vita non smette, semplicemente insiste in forme nuove.
Tre solitudini si incontrano intorno a un asse invisibile: Kostya, bambino ucraino in fuga; Vita, donna bloccata nel lutto; Irina, nonna e domestica, ponte vivente tra due paesi. Non ci sono eroi – solo persone che imparano, per frizione lenta, a riconoscersi nello sguardo dell’altro.
Dal punto di vista biblioterapico, il materno emerge come postura relazionale che lega le tre figure. Vita scopre che il suo materno, sepolto con il figlio morto, può prendere forme impreviste. Irina incarna il dilemma della donna costretta a scegliere tra presenza e capacità di nutrire – scelta che il romanzo espone nella sua tragicità senza assolverla.
La prosa di Ardone scrive per sottrazione: ogni parola pesa, i silenzi sono architettonici. La struttura in prima persona alternata dispone tre monologhi che formano lentamente un coro.
“Tanta ancora vita” rovescia la consolazione facile. La quantità di vita non è predeterminata, ma si costruisce nella disponibilità di restare in relazione, di permettere che la guerra altrui ci tocchi. L’avverbio “ancora” nomina quello spazio sospeso dove ci si domanda se ciò che rimane sia ancora vita o solo il suo spettro.
Per chi conduce laboratori di biblioterapia, questo libro non consola: illumina. Pone domande che non chiudono, creando quel silenzio dove il lettore diventa complice della domanda stessa: se la curiosità, la cura, l’incontro possono davvero dire “ancora c’è vita”, in forme che nessuno avrebbe previsto.
Lascia un commento