
La biblioterapia è una disciplina, una metodologia, uno strumento di lavoro trasversale e multidisciplinare. È ampiamente diffusa nel mondo anglosassone e in Europa, e anche nel nostro paese sta trovando sempre maggiore riconoscimento nei diversi ambiti che si occupano di benessere della persona. Ogni individuo dovrebbe aspirare al raggiungimento di uno stato di salute ideale definito dall’OMS come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”[1], condizione che si riferisce al benessere e alla crescita culturale del singolo e della collettività e non semplicemente alla “assenza di malattie o infermità”. La biblioterapia si inserisce in questo solco.
Sarebbe riduttivo cercare di dare una definizione univoca di biblioterapia dal momento che si tratta di una metodologia sviluppatasi sull’idea, già presente nella tradizione antica, che la letteratura possegga caratteristiche terapeutiche e che, a partire da questa consapevolezza, ha strutturato una prassi specifica per le diverse professionalità che ne fanno uso. Io stessa, in qualità di counselor dell’educazione professionale con una formazione umanistico filosofica, mi riconosco in una modalità intermedia tra la metodologia clinica e quella umanistica: la biblioterapia educativa. In essa il facilitatore si avvale del materiale letterario per accompagnare i destinatari in un percorso psicoeducativo e di auto-aiuto che ha l’obiettivo di liberare le risorse personali e le competenze relazionali e strategiche di cui ogni individuo è portatore. Gli studi realizzati in ambito accademico internazionale che attestano la validità di questa metodologia sono sempre più numerosi, basti pensare alle neuroscienze con il neuroimaging, alle evidenze riscontrate in ambito medico, e agli studi di ambito filosofico, estetico e letterario. Tuttavia, è bene tenere presente la specificità dello strumento biblioterapico che ha come suo oggetto principale il materiale letterario e, pertanto, non è limitabile entro i confini quantitativi del linguaggio scientifico. Pertanto, possiamo dire che la biblioterapia marca il confine tra l’idea di lettura fine a sé stessa e la consapevolezza che attraverso di essa varie forme di cura siano possibili.

Qual è il senso della parola terapia? Se il termine greco biblíon “libro” è immediatamente chiaro, therapeía “terapia” presenta alcune criticità, soprattutto in ambito umanistico. Terapia significa cura, guarigione. Nella nostra lingua la terapia è associata principalmente alla cura clinica. Non distinguiamo come nella lingua anglosassone il to cure della cura medica dal to care inteso come prendersi cura, avere cura. Solitamente quando parliamo di terapia ci riferiamo al trattamento di malattie o a metodi di guarigione. È interessante notare che la biblioterapia coniuga queste due accezioni di cura medica o clinica e attenzione alla persona.
La relazione tra biblioterapia e lettura? Il libro e la lettura vengono usati in modo funzionale agli obiettivi che il facilitatore si pone di volta in volta e alla tipologia di biblioterapia impiegata, sia essa clinica o umanistica. Parliamo di due macro-approcci teorizzati intorno alla seconda metà del ‘900 che si sono delineati nel tempo focalizzandosi su obiettivi specifici e definendo la figura del biblioterapista/facilitatore in modo differente. I professionisti della salute mentale intendono la biblioterapia come vera e propria terapia o come strumento terapico da utilizzare nel proprio setting; gli operatori del settore educativo e letterario la utilizzano come strumento di auto-aiuto, promozione della salute o crescita personale e culturale all’interno di gruppi di pari o individualmente. Il processo biblioterapico, sia esso clinico o umanistico, è dotato di complessità poiché si basa sull’interazione di tre elementi chiave: materiale letterario, paziente/partecipante, biblioterapista/facilitatore. Secondo alcune scuole di pensiero il processo trasformativo si verifica nel momento stesso della lettura. Si tratta di un modello sviluppatosi intorno al ruolo di bibliotecari e librai, a partire dal quale nel tempo sono stati stilati elenchi di letture a sostegno della crescita emozionale individuale. In questo caso l’interazione avviene solamente tra il lettore e il testo, il facilitatore non viene coinvolto. Una visione più attuale ritiene che l’interazione “non risiede nel suggerimento del testo ma nelle modalità in cui il lettore usa il contenuto”, come afferma Carolin Shrodes pioniera della teorizzazione della biblioterapia. Dunque, il processo di crescita si colloca non tanto nell’atto stesso di leggere quanto nel successivo dialogo guidato in merito al materiale letto. Ciò non svaluta la potenza intrinseca della lettura, dimostrata dalle neuroscienze attraverso il neuroimaging, ma piuttosto convalida l’idea che essa abbia caratteristiche terapeutiche misurabili e dunque applicabili nei diversi contesti della cura: ospedali; RSA; centri riabilitativi; carceri; scuole; biblioteche; centri culturali e sociali.
Qual è il senso del processo biblioterapico? Il partecipante viene coinvolto in un percorso di adattamento e/o crescita che si snoda lungo le tappe del processo biblioterapico. Queste sono state identificate da Caroline Shrodes negli anni ‘50 e sembrano corrispondere alle principali fasi della psicoterapia: identificazione, proiezione, catarsi, introspezione. Il materiale letterario consente al lettore di identificarsi emotivamente con personaggi e situazioni lontane dalla sua esperienza e, integrando emozioni e immaginazione, dare luogo a vere e proprie attività di simulazione di vita. Il processo biblioterapico risulta massimamente efficace nel contesto gruppale, dal momento che ne sfrutta la potenza psichica. La biblioterapia stimola lo sviluppo dell’intelligenza emotiva la quale regola la padronanza dell’io e le reazioni psicofisiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi dei partecipanti.
Il processo biblioterapico è scientifico? La biblioterapia è una metodologia che si avvale del metodo scientifico: analizza il contesto, identifica bisogni e obiettivi da raggiungere, elabora progetti ad hoc, ne monitora il processo e ne valuta gli outcome, intesi come risultati trasformativi. La scelta del materiale letterario, quindi, è funzionale al progetto e agli obiettivi da raggiungere. Una scelta che dovrà tenere conto delle caratteristiche dei destinatari e delle dinamiche di gruppo.
Di quali strumenti si avvale la biblioterapia? Nella biblioterapia la parola “materiale letterario” viene usata nella sua accezione più ampia, includendo non solo le opere di narrativa ma anche scritti didattici e divulgativi. Poesie, racconti, romanzi, articoli di riviste, sezioni di libri di testo possono essere usati in forma integrale o ridotta ed è possibile mettere mano al testo per estrapolare passaggi di interesse. Inoltre, non ci si limita solo alla narrazione in forma scritta ma è possibile fare uso anche di materiale illustrato e contenuti audiovisivi. I biblioterapisti/facilitatori possono avere professionalità differenti e coniugano la loro formazione principale alle conoscenze, ai metodi e alle tecniche di conduzione specifici. Inoltre, è possibile integrare la biblioterapia con altre discipline senza prescindere dall’uso della parola scritta. L’interdisciplinarietà caratterizza questa disciplina che si integra con altre tecniche – scrittura creativa e autobiografica, poetry, filosofia, arteterapia, persino pratiche del corpo – promuovendo una transdisciplinarietà che ha come fine unico la persona nella sua interezza e il suo benessere.
Riferimenti
[1] https://apps.who.int/gb/gov/assets/constitution-en.pdf
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